Il mio Elbaman

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Il mio Elbaman

Messaggio Da Carlo DF il Mar Ott 02, 2018 5:37 pm

Elbaman73, un gioco da ragazzi
Se dovessi darne una sommaria descrizione attingerei dal profondo pozzo dei luoghi comuni e direi che il mezzo dell’Elba “è un gioco da ragazzi!”.
Prima però che mi si travisi e lungi dallo sprofondare nel pozzo di cui sopra, subito preciso la corretta interpretazione da dare nella circostanza al motto: se il triathlon lo si può definire un “gioco”, allora quello che abbiamo giocato all’Elba è proprio “per ragazzi”, non per anziani come me.
Senza dubbio la gara più impegnativa della mia carriera non poteva essere che questa, l’Elbaman.

Lo scenario godibile in gara non ha eguali, di gran lunga il migliore del miglior posto frequentato per una gara di triathlon. La salita a Marciana ha regalato agli occhi quello che ha sottratto ai polmoni. Un lungo salire fatto di curve e qualche discesa non sufficiente a riposare la gamba, ma giusto quanto basta per rendere ancor più lucida la consapevolezza della pendenza quando riprende a salire.

Ma partiamo dall’inizio, dall’acqua. Mare calmo, azzurro e trasparente, amico caro. Partendo di buon mattino il sole è ancora basso, l’acqua brilla e acceca e rende inutili le tante boe segnaletiche. Ma non fa niente, non servono, basta nuotare tenendo il sole davanti a “ore una” e non si può sbagliare l’andata. Il ritorno invece è un piacevole rientro favorito dalla corrente. Raramente ho goduto di una frazione di nuoto così gradevole, la fatica scompare ogni volta che la faccia si immerge nell’acqua la cui trasparenza consente non solo la vista del fondo, ma anche quella degli altri intorno facendo evitare fastidiose convergenze di rotta e le conseguenti collisioni che, quandanche lievi, sono sempre sgradite.
Poi la secca, poi l’uscita dall’acqua e poi la zona cambio. Nonostante non sia tra i primi a giungervi, sono comunque tra quelli che godono della visione di una zona cambio colma di bici scintillanti a supportare la confortante percezione che gli altri sono ancora in acqua, meglio così. Scorro la fila di ruote nere ed è come passare innanzi ad una batteria di cavalli che non aspettano altro che il fantino per scattare dai blocchi… meglio sbrigarsi prima che parta la carica!
Ma sbrigarsi in zona cambio è sempre stata una mia aspirazione più che un intento. Seppur cerchi sempre di tagliar corto, mi rallenta sempre qualche intralcio, come la gamba della muta incollata alla caviglia o qualche scrupolo, come il calzino per prevenire le vesciche. Meglio metterli i calzini, tanto sarà questione di pochi secondi, no? Secondi che si sommano a secondi. Non riesco mai a sovrapporli uno sull’altro quei secondi in modo che non si allunghino in minuti, come fanno quelli bravi. Chissà come fanno a piegare il tempo. Un giorno lo imparerò, ma forse sarà troppo tardi. Accontentiamoci.

L’uscita dalla zona cambio, dopo qualche istante per le foto di rito degli amici, è il momento per fare mente locale. Avevo detto che sarei stato più accorto questa volta, non avrei fatto come sempre senza un piano preciso. Questa volta occorre bere e mangiare, bere e mangiare, bere e mangiare. Regolarità è la legge! E così ho fatto, fino a che il sopraggiungere di Paolo e di Fish non è venuto a soffiare sulle carte del mio castello che pareva in piedi per miracolo.

Prima sento Paolo avvicinarsi dicendo: “son venuto a vedere i tuoi bei pantaloncini”; così mi apostrofa riferendosi al pantaloncino azzurrino indossato per rinforzare la magra imbottitura del body da gara. Novanta chilometri e oltre meritano un approccio cautelativo e rispettoso dei gioielli di famiglia. Ma all’occhio clinico di Paolo nulla sfugge nemmeno la leggera diversa sfumatura di azzurro rispetto al body. E comunque Paolo s’invola.

Dopo Paolo ecco Fish che sopraggiunge due minuti più tardi e dopo il classico “dai vienimi dietro”, che più che una in-citazione pare una citazione dal manuale “Il buon ciclista che sorpassa quello più lento”, ecco che si invola pure lui. La salita lunga e perigliosa non mi consente di rispondere e pago dazio. Vedo le loro schiene e poi nemmeno quelle. Ma finalmente arriva Marciana e si scollina, era ora!
Da bravo atleta quale non sono questa volta ho studiato il percorso e so che ora parte una discesa lunghissima e a tratti selettiva, il mio terreno.

E allora parte la riscossa, suono il corno e la caccia è aperta! Sento anche le cornamuse che intonano una calda e pastosa melodia a commemorare il momento. Sono un falco, mi piombo in discesa, decine e decine di quelli che mi hanno superato in salita adesso sono completamente in balia della mia Battaglin! Uno, due, tre… dieci… cento sorpassi, una tonnara! Mi figuro l’espressione celata sotto i costosi occhiali della Oakley di quelli che in sella a sofisticatissime bici dal peso di un foglio di carta, con appendici e dai fili sottili come uno spillo incastonati nel telaio, con ruote che una sola basta per 3 mesi di affitto, che vedono increduli una modesta Battaglin ormai datata, con tanto di filamenti in bella vista e ruote “simil corsa” che gli sfreccia in faccia senza poterci fare nulla. Alcuni abbozzano, alcuni menagrami sperano in un lungo in curva, ma quelli più credenti ci provano a seguirmi, poveri loro! Due curve ben assestate e le loro velleità svaniscono. Mi sento il più veloce ciclista mai esistito da quando hanno inventato la bicicletta, sento lo stesso barone Karl von Drais compiaciuto che io dessi tale sostanza alla sua invenzione: la “Laufmachine”.

Ebbene il miracolo è compiuto, vedo Paolo e Fish, li supero senza perdere la concentrazione. Paolo manco se ne avvede, Fish invece mi vede eccome e non resiste alla tentazione di accodarsi. La discesa ora cala e lo consente. Il rapporto è duro e la gamba ad ogni spinta guadagna molti metri. Comincia il minuetto. Fish scala la marcia e mi passa là dove la strada spiana, stringo i denti sapendo che poi riprende la discesa e questa volta non mi brucia. Lo avvicino, tiro la staccata e lo infilo sulla sinistra senza tanti scrupoli, che si sappia chiaro che quello è il mio regno, nessuno mi supera là dove la ruota davanti è più bassa di quella dietro! E’ una legge, la mia legge. E così arriviamo a Marina di Campo senza manco accorgercene per comunicare il secondo giro, là ai confini del mio regno, là dove inizia la salita e dove il mio potere svanisce come neve al sole, lento e inesorabile come il suo nuovo sorpasso e da quel punto non lo vedrò più.

Resta Paolo, che di nuovo mi raggiunge, mi guarda con fare stupito perché non mi aveva manco visto passare in discesa. Pare preda di un “deja vu”… ero sempre io, ancora lì? Come è possibile? Gli sembrava il Truman show. Mi chiede di Fish e mi svernicia al grido di “a tutto gas!” in preda a frenesia da squalo. Non reagisco nemmeno, devo misurare lo sforzo, mi attende di nuovo la salita di Marciana e questa volta le gambe sono più opache del primo giro. Sarà sofferenza cupa da sopportare senza un gemito. Beviamoci su… dell’acqua.

Finalmente la discesa amica mi aiuta una seconda volta, il gruppo è più rado, meno gente, più velocità e sono già in zona cambio dove mi aspetta la mia anima dolce, Chiara, per una ricarica di fiducia.

“Ora devo correre” mi dico “poi è tutto finito”, devo solo fare un passo dopo l’altro con la maggior frequenza possibile, semplice no? Dimentico di levarmi il secondo pantaloncino a cui sono grato ancora adesso per la protezione alle terga, lo tolgo e lo getto alla folla in delirio, Jius è il più veloce e lo recupera, grazie!

Comincio a muovermi e tutto risponde: la gamba destra, quella sinistra e le braccia ondulano. Bene, è la corsa. Comincia la mezza, che solo nel nome mi lascia sempre un ché di incompiuto.
“Tutto bene” diceva al secondo piano il cadente dal decimo, “fin qui tutto bene!”. Ero arrivato però al mio piano terra e la previsione pareva quanto meno azzardata, “tutto bene cosa”? Qua mi duole tutto! Provo ad allungare il passo, ma la gamba sinistra mostra di avere più memoria di me. Si ricorda quando in bici avevo provato a seguire i miei compagni, per poco s’intende, ma abbastanza per indurire tutti i muscoli. Giada sbuca da non so dove, ha un buon passo, beata lei.

Vedo Luciano, compagno di mille battaglie, cedere ai dolori del polpaccio. Speravo mi raggiugesse, che forse insieme ce l’avremmo fatta, non avrei lasciato che si ritirasse. Ma non è così, che disdetta!
Tre giri di corsa in tutto, il primo è fatto. Il secondo è il peggiore, i crampi sono in agguato, anzi mi hanno già morso. Meglio una sosta poi spero di ripartire. Ci provo, il telaio regge, è fragile ma ancora posso azzardare a continuare l’impresa.

Una parola incrociando Orto riesco a dirla, ne beneficerà anche lui come quando la rivolgono a me, parole ben spese!
Vedo gli amici e le amiche che mi incitano e mi scappa di sorridere… se puoi sorridere allora puoi anche proseguire, quindi fallo e basta!
Sono stanco, poi un pensiero va a Santo e mi fa sembrare la mia una fatica più sopportabile.

Altra sosta per stirare i crampi e altro incrocio con Paolo che mi precede e ad ogni passaggio sento che mi dice “Dai che ti aspetto”. Bene, è confortante sapere che qualcuno ti aspetta, ma il distacco rimaneva lì ogni volta e mi pareva incolmabile. Penso, “se lui mi aspetta, non posso essere così maleducato da farlo aspettare a lungo, affrettati!”

Raggiungo un Paolo che non assomiglia più a quello che conoscevo alla partenza, eppure ha il nostro body, sarà lui. Lo affianco per capire se è proprio lui, gli rivolgo la parola… non so cosa gli ho detto, i ricordi di questa parte sono sbiaditi.

Quello che ricordo bene invece è il rosso rettilineo d’arrivo, la musica che suona solo per me, la medaglia Elbaman che mi pende dal collo.
Tutti gli applausi mi guariscono le membra, i miei sorrisi si specchiano nel viso di tutti.

Abbraccio Chiara e mi viene solo voglia di ballare.
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